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24. giugno 2026
⏱ 11 Min. di lettura
La sindrome del colon irritabile (IBS) è un disturbo funzionale dell’intestino che alterna periodi più tranquilli a fasi di riacutizzazione. Gonfiore, dolore addominale, cambiamenti dell’alvo e una sensazione generale di “pancia in allarme” sono tra le manifestazioni più riferite. Non si tratta di una malattia infiammatoria organica, ma di una condizione complessa in cui motilità, sensibilità viscerale, sistema nervoso enterico, microbiota e risposta allo stress interagiscono in modo stretto.
Comprendere i meccanismi dell’IBS aiuta a riconoscere i propri trigger e a costruire un percorso personalizzato: alimentazione mirata (per esempio con la dieta FODMAP nelle fasi severe), gestione dello stress, attività fisica, igiene del sonno e, quando appropriato, integrazioni con alcune evidenze come olio di menta piperita o specifici probiotici.
La sindrome dell’intestino irritabile, nota anche come IBS (Irritable Bowel Syndrome), è un disordine dell’interazione intestino-cervello. Non sono presenti lesioni strutturali visibili con endoscopia o imaging, ma si osservano alterazioni della motilità intestinale, della sensibilità viscerale e della modulazione nervosa e immunitaria. L’IBS rientra tra i disturbi gastrointestinali funzionali e si manifesta con dolore o fastidio addominale ricorrente, associato a cambiamenti nella frequenza o nella forma delle evacuazioni, spesso accompagnati da gonfiore e meteorismo.
La prevalenza globale è stimata intorno al 10-12%, con variazioni per area geografica e criteri diagnostici utilizzati. In Europa la diffusione è comparabile, con una tendenza maggiore nel sesso femminile e una diagnosi più frequente tra i 20 e i 50 anni. In Italia mancano stime univoche aggiornate su larga scala; i dati disponibili suggeriscono una prevalenza in linea con i valori europei. Oltre all’impatto fisico, l’IBS può interferire con la qualità di vita, il lavoro e le relazioni sociali, soprattutto nelle fasi sintomatiche.
Un elemento chiave dell’IBS è l’ipersensibilità viscerale: stimoli che per molte persone sono innocui (per esempio distensione da gas o alcuni componenti fermentabili della dieta) possono risultare dolorosi o scatenare urgenza. Questo non implica “debolezza” dell’intestino, ma una modulazione alterata dei segnali tra intestino e sistema nervoso centrale.
Inquadramento clinico sintetico
L’IBS è un disturbo cronico a andamento fluttuante. Le riacutizzazioni sono spesso legate a pasti ricchi di FODMAP, variazioni ormonali, stress psicosociale, infezioni gastrointestinali o cambi stagionali. L’obiettivo della gestione non è “guarire” una lesione, ma ridurre la frequenza e l’intensità dei sintomi, migliorando il controllo personale sui trigger.
I sintomi principali comprendono dolore o crampi addominali ricorrenti, gonfiore, senso di pienezza, meteorismo e alterazioni dell’alvo. La caratteristica è l’associazione del dolore con l’evacuazione o con cambiamenti nella frequenza e nella consistenza delle feci. Si possono osservare muco nelle feci e una sensazione di svuotamento incompleto. Nausea, stanchezza e disturbi del sonno compaiono in alcuni casi, riflettendo il coinvolgimento dell’asse intestino-cervello.
I sottotipi si basano sul pattern delle feci (scala di Bristol) nelle giornate sintomatiche: IBS-C (prevalenza di stipsi), IBS-D (prevalenza di diarrea) e IBS-M (andamento misto con alternanza). Questa classificazione orienta le scelte dietetiche e terapeutiche.
Segnali di allarme da non trascurare
Alcuni sintomi richiedono approfondimento medico per escludere patologie organiche (per esempio IBD, celiachia, tumori colorettali). In presenza di calo ponderale non intenzionale, sangue nelle feci, anemia, febbre, esordio dopo i 50 anni, familiarità per tumori colorettali o malattia infiammatoria intestinale, dolore notturno persistente, è opportuno rivolgersi al medico.
L’IBS nasce dall’interazione di fattori multipli. Non esiste una singola causa, ma una rete di meccanismi che coinvolge la motilità intestinale, l’ipersensibilità dei visceri, la regolazione nervosa autonoma, i mediatori immunitari locali e la composizione del microbiota. Una quota di casi inizia dopo una gastroenterite acuta (IBS post-infettiva), segno di quanto microbiota e barriera mucosa siano centrali.
L’asse intestino-cervello è il sistema bidirezionale che collega sistema nervoso centrale, enterico e vie endocrine e immunitarie. Lo stress, l’ansia o un sonno frammentato possono amplificare la percezione del dolore viscerale e alterare i riflessi motori intestinali. Neurotrasmettitori come serotonina, noradrenalina e mediatori come CRF modulano il tono intestinale e la soglia del dolore. Questo spiega perché tecniche di gestione dello stress o interventi psicologici possano ridurre i sintomi tanto quanto approcci dietetici.
Una disbiosi, ovvero uno squilibrio delle comunità microbiche, può favorire eccesso di gas, produzione di metaboliti che stimolano i recettori del dolore e una lieve attivazione immunitaria mucosale. Alcuni FODMAP (carboidrati fermentabili a catena corta) aumentano la produzione di gas e la distensione luminale: in soggetti con ipersensibilità viscerale questo si traduce in dolore e gonfiore marcati.
Nei tessuti intestinali di persone con IBS è stata osservata, in diversi studi, una maggiore densità o attivazione di mastociti in prossimità delle terminazioni nervose. I mediatori rilasciati (come istamina, triptasi) possono abbassare la soglia del dolore, aumentare la permeabilità mucosa e contribuire alla sensazione di urgenza. Non si tratta di un’infiammazione “alta” come nelle IBD, ma di una micro-infiammazione che modula i sintomi.
Dopo un’infezione gastrointestinale, alcuni soggetti sviluppano IBS post-infettiva con aumentata permeabilità epiteliale, alterazioni del microbiota e persistenza di ipersensibilità. Anche intolleranze come il malassorbimento di lattosio o fruttosio possono sovrapporsi ai sintomi, pur non essendo la causa unica dell’IBS.
La diagnosi di IBS è clinica e si basa sui criteri di Roma IV: dolore addominale ricorrente, in media almeno 1 giorno a settimana negli ultimi 3 mesi, associato ad almeno 2 delle seguenti condizioni: relazione con la defecazione; cambiamento nella frequenza delle evacuazioni; cambiamento nella forma delle feci. I sintomi devono essere presenti da almeno 6 mesi. La classificazione del sottotipo si effettua considerando la forma delle feci nei giorni sintomatici (scala di Bristol).
In assenza di segnali di allarme, in molti casi sono sufficienti anamnesi accurata, esame obiettivo e pochi esami mirati. Gli esami sono utili per escludere patologie organiche che possono mimare un IBS: celiachia (soprattutto in IBS-D o IBS-M), malattie infiammatorie croniche intestinali, infezioni, ipertiroidismo/ipotiroidismo, deficit di lattasi, SIBO in casi selezionati.
Nei casi tipici senza red flags, il medico può valutare emocromo, indici infiammatori, sierologia per celiachia e calprotectina fecale per escludere un’infiammazione intestinale significativa. L’endoscopia è riservata a età a rischio, segnali di allarme, familiarità significativa o mancata risposta agli interventi iniziali.
Box criteri di Roma IV
Dolore addominale ricorrente almeno 1 giorno/settimana negli ultimi 3 mesi, con sintomi presenti da 6 mesi, associato ad almeno 2 di: relazione con la defecazione, cambiamenti nella frequenza, cambiamenti nella forma delle feci.
Classificazione del sottotipo con scala di Bristol nei giorni sintomatici: IBS-C (1-2), IBS-D (6-7), IBS-M (alternanza).
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La dieta a basso contenuto di FODMAP (Fermentable Oligo-, Di-, Mono-saccharides And Polyols) è una strategia nutrizionale con buone evidenze per ridurre dolore e gonfiore in una parte delle persone con IBS. I FODMAP sono carboidrati a corta catena scarsamente assorbiti che richiamano acqua nel lume intestinale e vengono rapidamente fermentati dalla flora batterica, aumentando gas e distensione. Nelle persone con ipersensibilità viscerale, questa distensione può risultare dolorosa.
La dieta non è pensata per essere seguita in modo restrittivo per sempre. La logica è eliminare temporaneamente i gruppi più fermentabili, ridurre i sintomi e poi reintrodurre in modo sistematico i singoli gruppi per costruire una dieta personalizzata e il più possibile varia.
Tra gli alimenti ad alto FODMAP: alcuni legumi in grandi quantità, frumento in pane/pasta standard, cipolla, aglio, mela, pera, anguria, latte se intolleranza al lattosio, miele, dolcificanti poliolici (sorbitolo, mannitolo). Opzioni più tollerate possono includere riso, avena in porzioni controllate, patate, zucchine, carote, agrumi, fragole, uva, latticini senza lattosio, piccole porzioni di legumi ben cotti e scolati.
È utile un diario per collegare porzioni e combinazioni alimentari ai sintomi. Una guida o l’affiancamento di un professionista preparato sulla FODMAP aiutano a evitare restrizioni inutili e carenze. La qualità complessiva della dieta resta prioritaria: fibra solubile, adeguate proteine, grassi di buona qualità, idratazione e ritmo dei pasti sono fondamentali.
Nota sulla fibra
La fibra solubile (per esempio da avena, psillio, alcune verdure e frutta) tende a essere meglio tollerata rispetto a una fibra insolubile eccessiva. Modulando la quota di fibra solubile si può migliorare tanto la stipsi quanto il senso di gonfiore.
Le linee guida più recenti includono diversi approcci con livelli di evidenza variabili. Tra gli interventi non farmacologici, l’olio di menta piperita in capsule gastroresistenti e alcuni ceppi probiotici sono tra le opzioni con risultati interessanti su dolore e gonfiore, in particolare nelle forme spastiche. La scelta andrebbe calibrata in base al sottotipo, ai sintomi predominanti e all’andamento personale.
L’olio essenziale di menta piperita contiene mentolo, che ha effetti antispastici sulla muscolatura liscia intestinale mediati da canali calcio e TRPM8. Meta-analisi e studi randomizzati hanno riportato una riduzione del dolore addominale e un miglioramento globale dei sintomi in un sottogruppo di persone con IBS, con migliore tollerabilità quando la formulazione è gastroresistente. Possibili effetti collaterali includono pirosi e reflusso, più probabili con capsule non enteriche o in soggetti predisposti.
I probiotici non agiscono in modo uniforme: l’efficacia è ceppo-specifica e dipende dal dosaggio e dalla durata. Alcune meta-analisi indicano un beneficio modesto su gonfiore e dolore, con migliori risultati per combinazioni multi-ceppo o per specifici ceppi di Lactobacillus e Bifidobacterium. Un ciclo di prova limitato nel tempo, con valutazione dei sintomi tramite diario, consente di capire la reale utilità individuale.
Come orientarsi tra le opzioni
Un approccio pratico prevede 4-8 settimane di prova con un’unica variabile per volta (per esempio olio di menta piperita in formulazione enterica oppure un probiotico specifico), monitorando dolore, gonfiore, alvo e qualità di vita. In caso di beneficio, si può programmare un uso intermittente o ciclico.
Se si considera un’integrazione, verificare eventuali interazioni con farmaci e condizioni personali. L’olio di menta piperita, per esempio, richiede cautela in presenza di reflusso gastroesofageo; i probiotici vanno scelti con attenzione in caso di immunodeficienze.
Per una valutazione pratica dell’inserimento di questi interventi nel proprio percorso, può essere utile conoscere le categorie di riferimento del catalogo dedicato alla digestione e al benessere intestinale.
Quando i sintomi spastici o il gonfiore sono in primo piano, un preparato standardizzato può offrire una gestione più prevedibile rispetto a tisane o prodotti generici. In questa fase è possibile valutare soluzioni a base di olio di menta piperita in capsule gastroresistenti e probiotici con ceppi documentati.
Lo stress non “causa” l’IBS, ma può amplificarne le manifestazioni perché modula l’asse intestino-cervello. Nelle fasi di tensione, il colon tende a essere più reattivo, la soglia del dolore si abbassa e la motilità può farsi irregolare. Per questo motivo, interventi sullo stile di vita spesso incidono in modo concreto sui sintomi.
Tecniche di rilassamento (respirazione diaframmatica, training autogeno, meditazione mindfulness), attività fisica regolare a intensità moderata e una routine del sonno costante possono ridurre l’ipersensibilità viscerale e migliorare la regolarità dell’alvo. In alcune situazioni, terapie psicologiche a indirizzo cognitivo-comportamentale o l’ipnosi gut-directed hanno mostrato benefici clinici.
Frazionare i pasti, masticare con calma, limitare i picchi di carico osmotico (accoppiando carboidrati con proteine e grassi di qualità) e idratarsi in modo regolare contribuiscono a ridurre i picchi di distensione e urgenza. La caffeina può aumentare la motilità in soggetti sensibili; l’alcol può peggiorare il reflusso e interferire con la percezione del dolore viscerale.
Un’attività aerobica moderata (per esempio camminata veloce, bicicletta leggera) 3-5 volte a settimana aiuta a regolarizzare la motilità e ridurre lo stress. Lo stretching dolce e pratiche come lo yoga possono favorire il rilascio della muscolatura addominale e il controllo del respiro.
Diario dei sintomi
Annotare per 2-4 settimane pasti, sintomi, qualità del sonno e livelli percepiti di stress aiuta a identificare il profilo personale dei trigger e a valutare l’effetto di ogni singola modifica introdotta.
Negli ultimi anni l’attenzione della ricerca si è concentrata su interventi che modulano il microbiota intestinale in modo mirato. Il trapianto di microbiota fecale (FMT) ha prodotto risultati eterogenei nell’IBS: alcuni studi suggeriscono benefici in sottogruppi selezionati, altri non confermano un vantaggio rispetto al placebo, probabilmente per differenze in selezione dei donatori, modalità di somministrazione e criteri di inclusione.
Approcci emergenti includono sinbiotici di nuova generazione, postbiotici (metaboliti microbici con potenziale effetto sulla barriera e sull’ipersensibilità), dietoterapie personalizzate basate su profili metabolomici e programmi digitali che combinano educazione, monitoraggio sintomi e tecniche di regolazione dello stress. È un ambito promettente ma ancora in evoluzione: al momento la raccomandazione clinica rimane di riservare l’FMT alla ricerca o a centri con protocolli strutturati.
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L’IBS è un disturbo multifattoriale in cui la sensibilità viscerale e l’asse intestino-cervello giocano un ruolo centrale. La gestione più efficace nasce dall’ascolto dei propri pattern: una dieta curata (eventualmente con una fase FODMAP condotta correttamente), la modulazione della fibra, il lavoro sullo stress e un’attività fisica costante rappresentano i pilastri. Integrazioni selettive, come l’olio di menta piperita in formulazione gastroresistente o probiotici documentati, possono aggiungere beneficio in sottogruppi, soprattutto se introdotte in modo ordinato e monitorato. Le prospettive di ricerca su microbiota e postbiotici sono interessanti ma richiedono ulteriori conferme. Un percorso personalizzato, costruito passo dopo passo, consente spesso di recuperare controllo e qualità di vita anche in presenza di una condizione cronica.
A livello globale si stima una prevalenza intorno al 10-12%, con differenze tra Paesi e criteri diagnostici. In Europa i dati sono simili; in Italia le stime disponibili indicano valori comparabili.
No. È una strategia in 3 fasi: eliminazione breve, reintroduzione strutturata e personalizzazione. L’obiettivo è ampliare la dieta il più possibile, limitando solo i veri trigger individuali.
Gli effetti sono ceppo-specifici e variabili. Alcune combinazioni o ceppi mostrano benefici modesti su dolore e gonfiore. Un ciclo di prova con monitoraggio dei sintomi aiuta a valutarne l’utilità personale.
Studi e meta-analisi supportano un beneficio in un sottogruppo di persone, specie con formulazioni gastroresistenti. Possibili effetti collaterali includono pirosi, soprattutto in presenza di reflusso.
La diagnosi è clinica (criteri di Roma IV). In assenza di segnali di allarme possono bastare pochi esami per escludere patologie organiche (per esempio celiachia e infiammazione intestinale con calprotectina fecale).
Sì. Lo stress modula l’asse intestino-cervello e può amplificare ipersensibilità e irregolarità della motilità. Tecniche di gestione dello stress e igiene del sonno sono spesso utili.
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